N° 3 MAGGIO-GIUGNO 2008
Il Day After PDF Stampa E-mail
Scritto da Antonio Landolfi   
    Una crisi di governo senza alcuna logica, con la mancata difesa dell’esperienza Prodi, seguita dalla formazione di uno schieramento elettorale astruso, segnato dall’arroganza di un palese intento egemonico del gruppo dirigente del neonato Partito democratico diretto all’eliminazione di ogni alleanza tra i riformisti, ed infine una campagna elettorale allucinogena, espressione di un super-ego autoreferenziale da manuale della disciplina di moda tra gli psicologi, quella della “paranoia politica” (volume omonimo, a cura di Marco Revelli, Edizioni Boringhieri): tutto questo ha condotto, forse inevitabilmente, alla vittoria berlusconiana del 13 e 14 aprile, ed alla Waterloo del centrosinistra, in termini da far impallidire la memoria della sconfitta della sinistra frontista nell’aprile di sessant’anni orsono.Con ogni probabilità la sconfitta odierna diverrà con il tempo ben più proverbiale di quella che il 18 aprile del 1948 il Fronte popolare subì da parte di De Gasperi. Prima di tutto perché era un De Gasperi a guidare i vincitori, che combattevano del resto una giusta causa, e non un Berlusconi come oggi, sostenuto dalla Lega di Bossi. In secondo luogo, perché gli effetti di quell’evento furono (e la storia lo dimostra) salutari per la salvaguardia e lo sviluppo della vita democratica del nostro Paese, mentre il quinquennio che si apre con l’attuale esito elettorale è tutto all’opposto denso di incognite e tutt’altro che foriero di un processo di rinnovamento delle istituzioni repubblicane.Inoltre, mentre quel 18 aprile di sessant’anni fa, nonostante la icastica denuncia del poeta Rocco Scotellaro che lo qualificò con l’espressione “pozzanghera nera”, fu sostenuto a spada tratta dalla Chiesa d’allora, le elezioni di questa primavera hanno visto uno scontro tra due opposti “compromessi storici”, quello “bonsai” rappresentato dal Partito democratico e quello del partito berlusconiano saldamente ancorato ai dettami del clericalismo più intransigente. Ha vinto questo secondo, visto che su questo terreno non ha trovato nessuna opposizione da parte del primo.Sta di fatto che mentre in Spagna e in Francia, ma anche in altri paesi europei la sinistra democratica guidata dai socialisti si afferma qualificandosi sul piano di una battaglia per la laicità, da noi la rinuncia a tale battaglia da parte del Pd ha ottenuto l’effetto disastroso che abbiamo riscontrato. Che è anche l’effetto della rinuncia di questo partito ai legami con il socialismo europeo ed internazionale, predicato e praticato dalla sua costituzione. A ciò si devono aggiungere tutte le ambiguità della condotta politica e di quella elettorale del Partito democratico. Ne citiamo almeno due.La prima stonatura riguarda la contraddizione palese tra la proclamata volontà da parte di Veltroni – ripetutamente espressa più volte prima e durante la competizione per il voto – di “voltare pagina”, vale a dire di porre fine alle demonizzazione reciproca tra le due ali politiche in cui si trova il Paese, di chiudere definitivamente l’epoca dell’odio, al punto da non citare più nemmeno il nome del suo competitore, e di rilanciare la politica del dialogo e dell’impegno per le riforme istituzionali. E’ difficile conciliare tutto questo con la preferenza assoluta accordata contemporaneamente dallo stesso Veltroni all’alleanza esclusiva con Antonio Di Pietro, che all’opposto, della demonizzazione di Berlusconi, della politica dell’odio, del giustizialismo è innegabilmente stato sempre il campione, e che agli occhi degli elettori è sempre apparso il simbolo di questa nefasta contrapposizione che divide l’Italia dall’epoca di Tangentopoli.La seconda e non meno forte ambiguità è quella tra la sbandierata scelta dell’andare da soli, quale segnale di un distacco tra la natura autonoma della scelta riformistica del nuovo partito e la cultura e la prassi politica della “sinistra radicale”, materializzatasi nella lista della “Sinistra l’Arcobaleno” e la contemporanea alleanza stipulata invece con lo stesso schieramento nelle elezioni regionali in Sicilia ed in altre elezioni nei comuni e nelle province, svoltesi contestualmente. Ciò ha reso particolarmente incredibile la nettezza della scelta dichiarata dal Pd, anche perché contestualmente l’unico suo alleato elettorale, l’Italia dei Valori di Di Pietro, ospitava nelle sue liste esponenti della “sinistra girotondina” e “travagliata”, come Pancho Pardi, e “giustizialisti” di antico pelo come Leoluca Orlando. In tal modo era da dubitare che potesse ottenere successo la richiesta di “via libera” per la vittoria elettorale e per il governo del Paese il pullman veltroniano che lampeggiava una proposta di riformismo intermittente, ed oscurato da zone d’ombra giustizialiste, o ancora attirate da residui massimalistici, ed influenzate da una forte resistenza nei confronti di una componente essenziale del riformismo moderno quale è quello del laicismo e dei diritti civili.In realtà la campagna elettorale ha messo in luce le contraddizioni che gravano sul bipolarismo forzoso che ha contrassegnato la fittizia composizione degli schieramenti scesi in campo per contendersi la spada del potere.Si sono incrociati quelli che possono essere definiti due gladi di opposto colore.Sul centrosinistra il gladio rosso di Dio (come l’aveva definito sessant’anni or sono Franco Rodano, il padre del catto-comunismo) che ha cambiato colore divenendo piuttosto bianco-rosa, cioè sostanzialmente catto-postcomunista. Sul versante del centrodestra c’è il gladio che potremmo definire azzurro, per la colorazione che gli impone la ormai indiscussa supremazia di Berlusconi, una volta espulso il ribelle Casini ed ammansito l’enigmatico Gianfranco Fini.Il gladio catto-postcomunista ha affiancato a sé il giustizialista Di Pietro: una proiesi che sostituisce l’amputato braccio garantista che connota in ogni parte d’Europa il riformismo democratico, e che invece da noi viene sacrificato a profitto del ringhioso giustizialismo giacobinismo becero dell’ex magistrato di Mani Pulite. L’altro braccio amputato al presunto corpo riformista del Pd è quello del laicismo; che anch’esso connota ogni soggetto del riformismo democratico europeo: con il risultato, peraltro, che viene cancellata anche la decantata analogia con il Partito democratico statunitense, perché negli Usa i Teo-dem non stanno nel Partito repubblicano, e si guardano bene dal mettere piede in quello democratico.Questo accrocco, pieno di contraddizioni e stremato dai contrasti interni, è apparso subito un soggetto poco incisivo e del tutto lontano dalla possibilità di spuntarla nella disfida elettorale, tanto da essere definito “moscio” da uno dei suoi stessi leader, e “flaccido” dal professore Giovanni Sartori sul “Corriere della Sera”.A tutto questo si è aggiunto il grave errore tattico, del tutto inspiegabile per i tanti squali dell’universo politico nazionale che pullulano le acque agitate del Partito democratico, che almeno avrebbero dovuto dar prova di un minimo di furbizia e di “savoir faire” nella lotta per il potere, secondo l’espressione di Charles De Grulle.L’errore tattico è stato quello di candidare a Premier una personalità di indubbie capacità comunicative, di esperienza politica, avendo primeggiato fin dall’adolescenza nel suo partito, in Parlamento, nell’amministrazione pubblica. Che però aveva un limite non facilmente superabile agli occhi di gran parte degli italiani, e soprattutto della stragrande maggioranza degli italiani, quelli delle regioni settentrionali, che com’è noto subiscono il fascino di Berlusconi e di Bossi: il limite di essere il Sindaco di Roma, che essi definiscono la città “pappona”, il luogo delle malefatte della “casta” politica ed amministrativa, la “sanguisuga” delle risorse prodotte dal Nord produttivo e sperperate a Roma. Già questo limite era apparso insuperabile per Rutelli nel 2001; ma non per Prodi, uomo del Nord.La candidatura dell’ex sindaco di Roma non solo non ha sfondato al Nord, ma ha addirittura concorso a determinare il forte successo della Lega che ha innalzato lo stendardo della lotta all’ultimo sangue al centralismo romano, incarnato dal Leader del Pd.Alla affermazione dei seguaci di Bossi ha concorso peraltro il flusso di consensi proveniente dai transfughi della “sinistra arcobaleno”, che hanno seguito la linea dinamica che negli ultimi anni in Italia, come nel resto del mondo, vede trasformarsi i “no-global”, attratti da noi dalle seducenti teorie anti-mercatiste abbracciate e teorizzate da Giulio Tremonti.Così la stessa cocente sconfitta del veltronismo si è anche paradossalmente tradotta in una certificazione di morte in tutto il territorio politico della sinistra italiana, una volta fagocitato lo spregiudicato gruppo dei radicali che ha cessato di combattere (speriamo non definitivamente) per lasciasi traghettare fino al dorato porto di Montecitorio…Il terremoto provocato dalla congiunzione catto-postcomunista ha aperto una voragine non sotto i piedi del Cavaliere e dei suoi, ma dell’intera sinistra italiana, che è stata cancellata dalla vita istituzionale, dove resta in piedi soltanto un pseudo-riformismo pasticciato ed amputato di ogni presenza laica, garantista, e privata di ogni collegamento europeo ed internazionale in generale.Ne ha fatto le spese la “sinistra arcobaleno”, che ha pagato la sua incapacità di trasformare le sue avventurose presenze governative in un’opera di revisione che avrebbe potuto avvicinarla ai moduli del socialismo europeo, mentre ha continuato a crogiolarsi nel suo arcaico anticapitalismo ed antiamericanismo.Il prezzo più pesante è stato quello pagato dai socialisti, che hanno subito la punizione di uscire dal Parlamento italiano dove erano entrati con Garibaldi ed Andrea Costa ancor prima della loro costituzione in partito politico, solo per essersi rifiutati di rinunciare alla loro identità originaria e, conseguentemente, di recidere i loro legami con la grande realtà del socialismo internazionale.Certo i socialisti non sono esenti anch’essi da responsabilità, da colpe e da errori, come ogni soggetto, singolo o collettivo, che operi nel mondo degli umani. Ma nella storia hanno sempre dimostrato di saper confrontarsi con le proprie manchevolezze, di affrontare le proprie responsabilità; di non nascondersi le proprie responsabilità. Oggi sono di fronte al pericolo di scomparire. Pertanto sono chiamati a fare i conti con sé medesimi, innanzitutto. A rinnovarsi, come ammoniva Nenni, per non correre il rischio di perire. Nessun insegnamento è stato mai così profetico.Tutto è mutato in Italia con queste elezioni.Il Paese tende sempre più a separarsi dai moduli dell’Europa politica, privilegiando una destra che è sempre di più sotto il segno di una Lega prorompente, ed assumendo in tal modo connotazioni xenofobe ed oscurantiste di tipo olandese.
A sua volta il centrosinistra si allontana dal modello socialista europeo con il cocktail nuovista di un Partito democratico, che porta sul suo sidecar un Di Pietro sempre più aggressivo nella sua arroganza giustizialista, tale da indurre gli elettori a votare per Berlusconi, quando si è profilato il pericolo di vederlo scendere alla guida del Ministero della giustizia. Nelle elezioni abbiamo toccato con mano la realtà di un Partito democratico chiamatosi fuori dal modello europeo di una sinistra socialista democratica e liberale.
Soltanto una rinascita in Italia di una sinistra come quella zapateriana, laburista e socialdemocratica di tipo tedesca, finché non è troppo tardi, può metterci al riparo dalle conseguenze del voto di aprile.